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| La trincea La condizione normale dei soldati della prima guerra mondiale non è il movimento ma la quasi assoluta staticità, l'immobilità della trincea. Per interi giorni e intere notti, un plotone, una compagnia, un battaglione possono essere costretti a vivere chiusi in trincea, protetti da qualche sacchetto di sabbia, da un riparo di legno, da un sasso o, nei casi migliori, da uno scudo metallico con feritoia. Sono piuttosto rari gli esempi di trincee realizzate "a regola d'arte", con gettate di cemento, depositi per il cibo e per le munizioni, pozzi per l'acqua, ricoveri per dormire, collegamenti interni, posti di medicazione. Costruzioni del genere esistono soprattutto nei punti nevralgici del fronte, già individuati e attrezzati dai comandi militari in tempo di pace, in previsione dello scontro. Nella maggior parte dei casi, la struttura della trincea non corrisponde affatto ai modelli, funzionali ed efficienti, disegnati sulla carta, ma è improvvisata, fragile, aleatoria: serpeggianti budelli scavati alla bell'e meglio nel terriccio fangoso o nella roccia, che salgono e scendono, avanzano o retrocedono a seconda degli ostacoli naturali che incontrano o delle vicende contingenti degli assalti e dei contrassalti. La trincea è il luogo dell'immobilità passiva, in cui viene meno la nozione del tempo, in cui dominano la noia, la monotonia, il non senso, la deprivazione psicologica, la spersonalizzazione; quella specie di "anestesia mentale" e di passività fatalistica tanto apprezzate dai comandi militari quale condizione ottimale per il governo delle truppe. Nei periodi di tregua, si passa il tempo cercando di attrezzare al meglio la propria nicchia provvisoria, di rendere meno estranei e più riconoscibili i luoghi; modeste forme di ambientazione, spesso segnalate dalla memorialistica: un ricovero meno scomodo per dormire, un sasso dietro cui si vede e non si è veduti, una ubicazione e dei collegamenti rispetto alle retrovie che favoriscano il regolare arrivo del rancio e della posta, due momenti essenziali della giornata del militare in trincea. Le giornate, lentissime da trascorrere, si alternano a notti di ansia per possibili colpi di mano del nemico, con il lavorio segreto delle pattuglie, rumori sinistri, disagi, promiscuità. Ma quando giunge l'ordine di uscire all'assalto, allora anche la sordida tana della trincea finisce per apparire ai fanti quasi come una vera abitazione, un rifugio protettivo da cui non ci si vorrebbe staccare. L'assalto è il momento del pericolo supremo, in cui bisogna compiere quel gesto innaturale di rizzarsi in piedi, uscire fuori allo scoperto ed esporre il proprio corpo ai colpi avanzando di corsa nella terra di nessuno, sulla quale sono ben visibili i resti terrificanti e pietosi degli assalti precedenti, fino ad un'altra trincea, quella del nemico, dove attende, per chi ci arriva, il feroce corpo a corpo finale. (rielaborazione di testi tratti da M. Isnenghi, La Grande Guerra, Giunti, Firenze 1993 e da M. Isnenghi, G. Rochat, La Grande Guerra 1914-1918, Milano 2000) 1^ SALA - Il rancio 2^ SALA - L'ospedale da campo ed il tempo libero |