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| I feriti Il trasporto dei militari feriti o ammalati dal fronte verso l'interno venne assicurato in maniera abbastanza efficiente da 59 treni ospedale dell'esercito, 24 della Croce Rossa e 4 dell'Ordine di Malta; il totale degli sgomberati dalla zona di guerra salì da 81.000 nel 1915 a 305.000 nel 1917 a 334.000 nel 1918. Ma il vero problema, mai del tutto risolto, era quello dell'assistenza e della cura dei feriti sulla linea di combattimento. Il primo dramma era la sorte dei feriti rimasti al di là delle linee, che dovevano attendere la notte per strisciare verso la trincea amica o sperare in una di quelle tregue informali, non così rare, che permettevano di recuperare i feriti più gravi. Il dramma continuava nei posti di medicazione in trincea dove venivano prestate le prime cure e, dopo un penoso trasporto a spalle o in barella, nell'ospedaletto avanzato, dove medici stravolti dalla fatica praticavano gli interventi più urgenti e facevano una selezione tra i feriti leggeri che potevano attendere, quelli che dovevano essere operati subito in ospedali più attrezzati e quelli per cui non c'erano speranze, lasciati morire con un cappellano e una fiala di morfina (quando c'erano). La memorialistica ci ha lasciato tragiche testimonianze sull'orrore di questi posti avanzati nei giorni di battaglia, dove in spazi angusti si accumulavano feriti di ogni tipo, medici e infermieri resi insensibili dal troppo lavoro, bende e seghe, secchi di sangue e rifiuti (rielaborazione di testi tratti da M. Isnenghi, G. Rochat, La Grande Guerra 1914-1918, Milano 2000). Significative, tra le altre, le pagine nelle quali, nella primavera del 1918, Antonietta Giacomelli fa il resoconto di una sua visita, in qualità di crocerossina, negli ospedaletti di Casella d'Asolo, di Fonte, e di Crespano, dove il personale sanitario, sempre insufficiente, si prodigava al limite delle possibilità. Nonostante tutta la buona volontà, nei posti avanzati di medicazione il confine tra vita e morte, tra uomo e materia, tra umano e disumano si attenuava fin quasi a scomparire: talvolta i corpi dilaniati ma ancora viventi sembravano dissolversi e confondersi nella materia. Scriveva un testimone: "Tutto è chiazzato, tutto sanguina e geme. Schiacciamenti, spappolamenti di carne [.] polmoni perforati, cervelli schizzati fuori, vesciche lacerate, intestino scoperto: qui ci sono brandelli di tutto il corpo umano". Nei giorni in cui il ritmo di produzione della morte diveniva insostenibile, la prima preoccupazione dei responsabili degli ospedaletti da campo era lo smistamento dei corpi dilaniati. Scrisse il Boschi, medico di guerra: "Il delicatissimo compito degli sgomberi si corredò di mezzi slittanti e di teleferiche nelle zone montane [.] tutti i mezzi di trasporto furono impiegati: mezzi fluviali, lagunari e più tardi anche aerei, attrezzando le carlinghe con barelle comode sospese opportunamente [.] E le ambulanze stesse e le barelle furono sempre più affinate meccanicamente" (rielaborazione di testi tratti da Antonio Gibelli, L'officina della guerra, Bollati Boringhieri, Torino 1991 e 1998) L'ospedale Nel giugno 1915 l'esercito italiano disponeva di 24.000 posti letto al fronte e di oltre 100.000 nelle retrovie e nel paese, con un migliaio di medici, in gran parte in servizio effettivo. Questa organizzazione si rivelò subito tragicamente insufficiente. Alla fine del 1916, i posti letto al fronte erano saliti a 100.000. Venne potenziata soprattutto l'organizzazione dello sgombero di feriti e malati verso il paese, dove fu creata un'imponente rete di ospedali e di convalescenzari, oltre un migliaio, in parte utilizzando la struttura sanitaria civile, in parte maggiore con la requisizione di caserme, scuole, collegi, seminari, alberghi. Alla fine del conflitto, c'erano al fronte 96 sezioni sanità, 234 ospedali da 50 letti, 167 da 100 letti, 46 da 200 letti, 9 ambulanze chirurgiche e 17 radiologiche, 38 sezioni di disinfezione; nel paese, in totale, i posti letto si erano quasi quintuplicati rispetto a tre anni prima, avvicinandosi al mezzo milione. Nel corso del conflitto, l'assistenza immediata ai feriti fece progressi importanti, ma rimase tragicamente insufficiente durante le grandi offensive, sia sul piano quantitativo che qualitativo. La scienza medica d'anteguerra si aspettava soprattutto ferite da arma bianca e da palla di fucile, relativamente semplici e pulite. La realtà della guerra di trincea fu molto più dura: le ferite da arma bianca erano rare (meno dell'uno per cento), mentre la maggior parte (oltre il 75 per cento) erano provocate dall'artiglieria, quindi molto più difficili da curare perché le schegge provocavano vaste lacerazioni e inoltre le sporcavano con i detriti del campo di battaglia, aprendo la via alla "gangrena gassosa", allora incurabile (l'unica terapia era l'amputazione degli arti). In questi casi la tempestività delle cure diventava di importanza essenziale; l'unico mezzo per prevenire la gangrena era pulire quanto prima possibile le ferite asportando i lembi macerati più soggetti a favorire l'infezione. Si cercò quindi di potenziare i posti avanzati e di accelerare i trasporti verso gli ospedali più attrezzati, senza peraltro conseguire risultati pienamente soddisfacenti. Specie nei periodi dei maggiori disagi, gli ospedali delle retrovie si riempivano, oltre che di feriti, anche di ammalati, in numero impressionante. L'alta incidenza delle malattie tra i militari è testimoniata dal fatto che circa il 20 per cento dei cinquecentomila caduti italiani entro il 1918 morì per malattia. Impossibile da quantificare, ma certamente di vaste proporzioni, fu anche il fenomeno dell' "autolesionismo", la pratica cioè di infliggersi ferite e mutilazioni allo scopo di essere ricoverati in ospedale o addirittura riformati. Numerosi furono gli episodi di autoferimento con arma da fuoco, soprattutto alla mano o al piede; ma non era raro che si trovasse il modo di procurarsi una malattia o addirittura che si simulassero disturbi fisici o mentali inesistenti. (rielaborazione di testi tratti da M.Isnenghi e G. Rochat, La Grande Guerra 1914-1918, Milano 2000) Il tempo libero Nei periodi di tregua, durante le lunghe giornate trascorse in trincea, i soldati dovevano esercitare tutta la loro fantasia per trovare il modo di passare il tempo e di dimenticare la loro condizione. C'era chi si ingegnava a scrivere a casa, chi leggeva, chi si dedicava alla cesellatura dei bossoli o delle gavette, chi giocava a carte, chi inventava giochi collettivi adatti alle costrizioni degli angusti spazi dei camminamenti. Tra i giochi più singolari segnalati dalle numerose testimonianze dei reduci, possiamo ricordare, ad esempio, quello della "roulette col pidocchio": venivano disegnati sul terreno dei riquadri sui quali i soldati, seduti tutt'attorno, puntavano dei soldi; un pidocchio, opportunamente collocato sul campo da gioco, decretava infine il vincitore decidendo di fermarsi per un certo periodo in una determinata casella. Per la maggior parte dei soldati, comunque, il problema del tempo libero si poneva soprattutto nei periodi in cui i reparti rientravano nelle retrovie del fronte per un breve riposo. Al riguardo, Cadorna mantenne sempre una linea molto rigida. Il soldato doveva rimanere tale anche nelle retrovie; doveva continuare ad annoiarsi con esercitazioni assurde, a faticare e ad obbedire, restando rigidamente separato dai civili in modo da contrastare il rischio di un distacco psicologico dalla trincea e tutti quei "sentimenti contraddittori, rimescolii d'animo, disadattamenti e furori" (Isnenghi) che il ritorno momentaneo alla vita normale poteva generare. Il tradizionalismo di Cadorna poteva, al più, tollerare l'apertura nelle retrovie di qualche postribolo (Franzina), lasciando nel contempo uno spazio vigilato all'azione dell'apparato assistenziale cattolico. Prima di Caporetto, furono infatti soprattutto le strutture parrocchiali e diocesane ad assolvere a una funzione di supplenza nei confronti della Stato, organizzando una rete di assistenza, ristoro e svago per militari in temporaneo riposo. Nel 1917 erano già in funzione oltre 200 "Case del soldato", nelle quali si poteva giocare a carte o a bocce, assistere a qualche rappresentazione teatrale, cinematografica o di varietà, scrivere a casa, magari con l'assistenza, per gli analfabeti, di qualche giovane studente. Il numero delle "Case del soldato" andò considerevolmente aumentando nel corso del 1918, quando, sotto Diaz, anche i comandi militari avvertirono in prima persona la necessità di offrire risposte concrete ai bisogni ricreativi dei soldati e avviarono un vasto programma di propaganda e assistenza con la distribuzione capillare dei "giornali di trincea", con interventi educativi e psicologici destinati a corroborare il morale delle truppe, con svaghi istituzionalizzati, quali il cinema e il "teatro al fronte", gestiti in stretta collaborazione con privati cittadini e con organizzazioni laiche e cattoliche di assistenza. 1^ SALA - Il rancio 3^ SALA - La trincea |